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Se nella maggior parte degli scritti riguardanti i tappeti orientali annodati
si fa poco o nessun rifenimento alle preghiere persiane, si può concludere che
in Persia, soprattutto nei tempi più recenti, questo genere non aveva un ruolo
importante come in altri paesi islamici. Lo scarso numero di esemplari rimasti e
le copie prodotte in una manifattura di corte turca (Hereke?) nel XIX sec.,
dimostrano l’esistenza di preziosi tappeti da preghiera per lo meno a partire
dal XV Sec. Va qui evidenziato un gruppo di particolare pregio di "tappeti
di rappresentanza", come li chiama Friedrich Spuhier nel suo scritto
"Tappeti di rappresentanza in seta del medio e tardo periodo safavide, i
cosiddetti tappeti polacchi" (tesi di dottorato, Berlino 1968), perchè per
la prima volta se ne può dimostrare lo stretto legame con l’Europa. Sono
tappeti in seta, tessuti con Fili
d’argento e d’oro, che ricevettero erroneamente
il nome di "polacchi" all’esposizione mondiale del 1878 a Parigi,
perchè in quell’occasione furono esposti degli esemplari di questo tipo di
proprietà del principe Czartoryski (ora si trovano al museo di Cracovia) e tra
essi alcuni portavano lo stemma della famiglia Czartoryski. A quel tempo si
credette perfino che si trattasse di lavori eseguiti dalla manifattura Mazarski
a Slucz, dove nel XVIII sec. venivano prodotte le cosiddette sciarpe (sash) polacche
riccamente broccate in seta. Più tardi, in occasione della mostra di tappeti a
Vienna (1892), nella quale erano esposti numerosi "tappeti polacchi’
‘,in gran parte provenienti da proprietà di case regnanti (Imperatore
d’Austria, Re di Sassonia, Principe del Liechtenstein, Principe Schwarzenberg
e altri), si credette di doverne ricercare le origini a Costantinopoli o
comunque nelle vicinanze della capitale dell’Impero Ottomano.
Quest’ipotesi fu riesaminata in occasione della grande esposizione a Monaco
"Capolavori dell’arte islamica", nel 1910. V’erano inclusi un gran
numero di tappeti del genere, scoperti dal Principe Rupprecht nella sua
residenza di Monaco, tra i quali quattro sontuosi tappeti in seta, tessuti nel
1600 a Kashan su ordinazione del re di Polonia Sigismondo Wasa. Nel 1642, in
seguito a un matrimonjo, divennero proprietà della casa Wittelsbach.Uno dei
tappeti più famosi del mondo è il grande tappeto con scene di caccia in seta
che si trova a Vienna e che per lungo tempo si credeva fosse giunto in
possesso della casa imperiale degli Asburgo come dono dello Zar Pietro il
Grande. Dalle ricerche fatte dalla dott. Dora Heinz sui documenti disponibili a
Vienna, è risultato invece che Pietro il Grande non aveva portato con sè, nè
regalato alcun tappeto. Si deve anche notare che un esemplare della prima metà
del XVI sec. sarebbe stato donato all’Imperatore dopo più di cento anni dalla
sua produzione, quando all’epoca non s’aveva nessun interesse per i tappeti
antichi. Per lo stesso motivo è anche improbabile che esso sia stato un
"bottino di guerra’ ,in precedenza di proprietà di qualche alto
dignitario turco, caduto in mano agli Asburgo dopo la vittoria di Vienna sui
Turchi nel 1683. Purtroppo, perciò, non si può stabilire quando e in quali
circostanze il tappeto arrivò a Vienna. Il termine "bottino di
guerra" dà motivo di gettare uno sguardo sui tappeti che con minore o
maggiore certezza possono esser messi in correlazione con vittorie
sull’esercito turco e colpisce particolarmente il fatto che questi siano quasi
tutti di provenienza persiana. Sebbene in Turchia si producesse un numero
considerevole di tappeti, quelli persiani sembravano godere maggiore preferenza
tra l’aristocrazia turca. Che si tratti di esemplari contemporanei, lo
dimostra il "tappeto dell’incoronazione" al castello Rosenborg di
Copenaghen, menzionato per la prima volta nel testamento della regina Amalia nel
1685, quindi poco dopo la disfatta dei Turchi a Vienna, e che oggi appare ancora
così fresco, come scrive K. Erdmann, da sembrare finito ieri.
Tuttavia K. Erdmann nel suo saggio sui "Tappeti come bottino turco"
per esattezza fa notare che conosciamo un solo tappeto che possa essere con
certezza così definito. E il tappeto dello Scia Abbas (cioè del tipo
"polacco") della collezione W.H. Moore, che sul rovescio porta
un’annotazione scritta a inchiostro:
"A.D. WILKONSKI 12 settembre 1683 z
pod Wiednia". Un certo signor Wilkonski,
del quale non sappiamo nulla, s’è quindi impossessato di questo tappeto il 12
settembre 1683 durante la battaglia di Vienna.
Non sorprende che tappeti persiani d’importanza storica si trovino anche a
Venezia che già dal Medioevo aveva stretti rapporti commerciali col Levante e,
a partire dal XV sec., aveva incrementato l’importazione di tappeti orientali
che vengono menzionati in alcuni antichi testamenti e inventari veneziani,
riportati da K. Erdmann nel suo saggio "Venezia e il tappeto
orientale". Se ne deduce che a cavallo del XV e XVI sec. numerosi tappeti
erano in possesso di famiglie facoltose. Quando per motivi politico-commerciali
(ma anche in considerazione del pericolo turco) la Repubblica veneta strinse
rapporti con la casa persiana del Safavidi e vi fu grande scambio di
ambasciatori, giunsero certamente a Venezia anche dei tappeti persiani,
soprattutto al tempo dello Scià Abbas. Nel 1603 Fethi Bej consegnò da parte
dello Scià un tappeto in seta broccato con fili d’oro e d’argento e destinato al famoso tesoro
di San Marco, del quale fa parte tuttora. Altri quattro tappeti del genere
raggiunsero Venezia nel 1622 tramite un’ambasceria persiana e ancora tre in
seta con broccato d’argento vi arrivarono nel 1636. Solo uno di questi otto
tappeti sembra sia andato perduto, perchè cinque si trovano nel tesoro di San
Marco e due al Museo Correr. Il periodo aureo del tappeto persiano finì con la
caduta della dinastia safavide. In effetti si moltiplicarono i tappeti datati e
firmati, ma senza giungere al livello delle opere straordinariamente preziose ed
eccelse dal punto di vista artistico, prodotte nel XVI e XVII sec. Una buona
visione d’insieme sui tappeti datati dal XV al XVIII sec. viene data in due
saggi di K. Erdmann (ripubblicati in Siebenhundert Jahre Orientteppich, a
cura di Hanna Erdmann. Herford 1966).
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