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A un’attenta analisi di questi tappeti si rileva una sorprendente
sovrapposizione di più strati compositivi, nei quali tuttavia non risulta
alcuna prospettiva. Il disegno rimane su un solo piano, ma d’effetto
incredibilmente ricco e complesso per il compenetrarsi di diversi sistemi di
tralci e viticci. Nel corso degli ultimi anni, stimolati dal metodo di analisi
del disegno di Erdmann, sono stati pubblicati diversi studi, su questo
particolare aspetto, utili non solo agli specialisti, ma importanti e innovatori
anche per gli amatori e i collezionisti per una più profonda conoscenza della
struttura compositiva dei disegni.
In una considerazione storica pur tanto breve, non può mancare uno sguardo
alle condizioni geografiche del paese che determinano la suddivisione dei
principali centri di produzione iraniana dei tappeti. A nord e rispettivamente a
nordovest c'è Tabriz, che fino a pochi anni fa è stato generalmente ritenuto
il maggiore centro di tessitura. Nella recensione del catalogo della mostra di
antichi arazzi e tappeti (Arazzi e tappeti antichi) del 1948 a Torino, in
"Ars Orientalis II", K. Erdmann ha espresso il parere che si debba
andare cauti con la definizione "Tabriz", perchè, durante il XVI e
XVII secolo, la città è stata più volte conquistata dagli Ottomani e, poichè
tra il 1514 e il 1734 fu sottomessa ben dodici volte per periodi più o meno
lunghi e certamente anche saccheggiata, l’autore dice, a ragione, che è
difficile immaginare in questo periodo un tranquillo sviluppo di grandi
manifatture. Va aggiunto, come già accennato, che alla fine del XIII sec.,
Ghazan Khan, nel suo palazzo di Tabriz, possedeva tappeti provenienti dal Fars e
quindi dall'estremo sud. Inoltre, come già constatava Tahsin Oz (Turkish
Textiles and Velvets, Ankara, 1950), tra gli artigiani trasportati a
Istambul dal sultano ottomano Selim I, dopo la conquista di Tabriz nel 1514, non
c ‘erano annodatori di tappeti. Tutti questi dati portano all’unica
conclusione che Tabriz, come in molti altri casi, era semplicemente un centro
commerciale per un determinato gruppo di tappeti. D’altra parte, va menzionato
il fatto che il medico italiano Nicolao Manucci, vissuto in India per
trent’anni, in una sua opera scritta nel 1654 dice die a Tabriz si producevano
parecchi tappeti, come pure stoffe di seta, velluti e broccati. Siccome dal 1635
al 1728 ci fu evidentemente una pausa di 90 anni tra le invasioni ottomane, era
logico che in questo periodo la città si riprendesse economicamente e che
sorgessero manifatture tessili di una certa importanza. Nella Persia centrale
era famosa per la lavorazione dei tappeti la città di Kashan e più tardi
Isfahan; a sud Kirman e a est probabilmente Herat, benchè questo sia messo in
dubbio da alcuni studiosi che propongono in sua vece Meshed. Nel corso degli
ultimi quattro secoli, l’evoluzione del tappeto persiano s’è compiuta
nell’ambito di queste quattro zone principali.
Va a1tresì ricordato un altro tipo di tappeto che esula dagli altri gruppi
già noti ed è quello da preghiera che, tra i persiani, occupa una posizione
particolare. Non sappiamo ancora con precisione quando è nato il tipo di
"tappeto per pregare", come 1’ha giustamente definito il prof. E.
Kfihnel e che oggi conosciamo attraverso gli esemplari che si sono conservati e
le riproduzioni nei manoscritti miniati. Il fatto che un tappeto del genere
compaia già nel 1436 in un manoscritto miniato lascia supporre che si tratti di
una tipologia che aveva alle spalle un lungo periodo evolutivo, tanto da poter
ipotizzare che esistesse già prima del XIV sec. Ciò che colpisce notevolmente
nel suo aspetto è il fatto che la bordura è eseguita solo sui lati lunghi
mentre manca sui lati orizzontali. Sorprende anche che nelle preghiere del
periodo posteriore al 1500 d.C. l’ ornamentazione sia spesso costituita da più
nicchie affiancate o anche sovrapposte. A questi tappeti s’è dato perciò il
nome di preghiere "in serie" o "da famiglia" e si suppone
che fossero usati nelle moschee dove avevano contemporaneamente la funzione di
mantenere il pubblico in schiere ordinate, perchè gli oranti si dovevano
mettere in corrispondenza delle nicchie allineate. Oltre alla decorazione
floreale o a viticci, a partire dal XVI sec., si nota che i cantonali al di
sopra della nicchia da preghiera e la parte superiore della bordura, come pure
le cornici secondarie, venivano spesso arricchiti da versetti del Corano o di
altri testi religiosi intessuti. Alcuni di questi tappeti da preghiera persiani
del XVI e XVII sec. sono tessuti con fili d’argento o eseguiti completamente
in seta, per cui ne sono risultate opere particolarmente preziose.
Qui va ricordato un altro gruppo di tappeti da preghiera, che erano stati
considerati persiani antichi. Oltre ad alcuni esemplari in collezioni pubbliche
o private, s’è conservato un gruppo di ben 37 tappeti di questo genere,
appartenuti a sultani ottomani ed oggi conservati al Museo Top Kapi Saray di
Istambul. Nel 1937, K. Erdmann ebbe occasione di esaminarli minuziosamente e
giunse alla conclusione, ancor oggi generalmente riconosciuta, che si tratti di
manufatti eseguiti nella prima metà del XIX sec. e presumibilmente nella
manifattura turca di Hereke. Se così fosse, se ne dovrebbe dedurre che gli
abili progettatori e annodatori conoscevano i prototipi persiani, risalenti
forse al XVI e XVII sec. e magari andati distrutti, e che volevano sostituirli
con copie più o meno esatte. (La tendenza degli studi più recenti è tuttavia
quella di riconoscere ai tappeti del Top Kapi maggiore antichità di quanta
gliene attribuisse Erdmann, XVII-XVIII sec. )
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