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Da molto tempo in Europa il tappeto persiano è divenuto sinonimo di tappeto orientale annodato. Di conseguenza, quando ci si riferisce a questo tipo di manufatto, si parla comunemente di "persiano". Benchè fossero importati nel nostro continente fino dal Medioevo, lo studio e la conoscenza approfondita dei tappeti orientali e' un fenomeno abbastanza recente. Prima della meta' del XIX sec., non esistevano pubblicazioni sulla storia, l’origine, i disegni, la tecnica d’annodatura del tappeto orientale. La bibliografia conta relativamente pochi volumi pubblicati prima del 1900, che per la maggior parte sono di carattere generale. Non e' facile trovare studi dedicati specificamente al tappeto persiano ed è sorprendente che proprio questo tipo sia quello considerato come il vero tappeto orientale, dato che solo di rado lo si è ritenuto degno di uno studio approfondito. La storia del tappeto persiano è contrassegnata da numerose lacune che, fino ad oggi non si è riusciti a colmare nè attraverso i documenti, nè tantomeno attraverso testimonianze pittoriche del passato (come invece è avvenuto per i tappeti turchi.). Come prodotto dell’arte tessile e oggetto d’uso, il tappeto era ed è assai più esposto al deperimento e alla distruzione di altri oggetti in metallo, pietra o ceramica. Ne consegue che si è sempre dovuto cercare almeno documenti letterari riguardo ai tappeti più antichi e s’è creduto di trovarne perfino nella Bibbia, in Omero e nella letteratura posteriore. Purtroppo, affidandosi alle traduzioni già esistenti dei testi antichi, si è incorsi in errori d’interpretazione e in equivoci. Alla base di tali considerazioni, dovrebbe esserci la parola tappeto, come la si usa attualmente in Europa. La definizione cinese "t’a-teng", che appare già negli annali Han, risale al termine medio-persiano con radice "tab" che significa "filare". Ce ne offre un’indagine meticolosa B. Laufer nella sua opera, SinoIranica Chicago 1919 o Taipei 1967. Dall’antica radice o dal termine mediopersiano deriva anche la definizione greca e in seguito quella europea. Le fonti antiche e quella biblica indicano, perciò, chiaramente il termine "tessuto", e non si può capire se si tratti effettivamente di "tappeto annodato". Lo stesso vale anche per il famoso gigantesco tappeto da giardino "la primavera di Cosroe" che ricopriva il pavimento della sala delle udienze a Ctesifonte, ricamato in argento e oro e ornato di pietre preziose. Di epoca posteriore, possediamo solo i pochi tappeti annodati, per lo più solo piccoli frammenti, dell’Altai e del bacino del Tarim. Purtroppo, a prescindere dal tappeto Pazyryk, i frammenti sono così piccoli da non permettere la ricostruzione del disegno. I resti di Lou-lan sono stati sottoposti a minuziosi esami tecnici e hanno dimostrato che la lana appartiene a una razza di pecore che oggi si trova ancora solo nel Caucaso. Quindi, a parte il tappeto Pazyryk, datato dal V al IV sec. a.C. e i frammenti ritrovati nelle tombe della colonia militare cinese Lou-lan, datati dal II al III sec. d.C., non possediamo documentazioni cosi antiche riguardanti il tappeto annodato. A dire il vero, il tappeto di Pazyryk è di una tecnica cosi eccelsa e di un disegno tanto perfetto che presuppongono una lunga evoluzione nella cultura del tappeto. Gli esemplari del tesoro di Shò-sòin a Nara, in Giappone, del 756 d.C., non sono tappeti annodati bensì di feltro con disegni applicati. Anche i rapporti dei sacerdoti e abati giapponesi che visitarono la Cina nel IX e X sec. d.C., non ci forniscono indicazioni precise sui tessuti da pavimento, perchè gli ideogrammi cinesi non esprimono con chiarezza se si tratta di tappeti annodati o di feltro. Solo i missionari gesuiti che a partire dal XVI sec. si spinsero fino in Cina, in un racconto di viaggio fatto da Padre Gerbillon nel 1683, ci forniscono dati precisi sulla produzione dei tappeti Ning-hsia. Vi si dice che gli esemplari mostrati dall’imperatore (K’ang-hsi) sono "comme nos tapis turcs" (come i nostri tappeti turchi). Questo indica chiaramente die si tratta di tappeti annodati. Purtroppo Padre Gerbillon non ci dà notizie circa il disegno di quelli visti a Ning-hsia, cosa d’altro canto non strana, poichè nei rapporti di viaggio non si trovano quasi mai esatte descrizioni di disegni. Dopo la conquista da parte degli Arabi, in Persia la situazione cambiò, e molti viaggiatori arabi visitarono il paese e raccontarono ciò che avevano visto e vissuto. Questi resoconti, che vanno dall’VIII al XIV sec., anche se in numero RIlevante, non sono però più ricchi d’informazioni di quelli antichi, perchè gli autori, per prima cosa non erano esperti in tessuti, in secondo luogo consideravano i tappeti semplicemente oggetti d’uso o d’arredamento. A.C. Edwards, nella sua opera The Persian Carpet (Londra 1953, 1960, 1967),afferma che esistono pochi scritti degni di nota relativi al tappeto persiano, a partire dal periodo dei sultani selgiuchidi e dal primo dominio dei Mongoli, e che perciò non sappiamo nulla sulle antiche manifatture, fossero esse di corte o di grandi città. Solo alla fine del XIV sec. troviamo tappeti raffigurati nelle miniature. Anche K. Erdmann rileva che tutti i dipinti sulle miniature riproducono tappeti del periodo dei Mongoli. Non sappiamo quale aspetto avessero quelli persiani al tempo dei Selgiuchidi. Stando al giudizio dei contemporanei erano inferiori agli anatolici. Durante il periodo dei successivi dominatori mongoli, vengono menzionati nella letteratura tappeti grandi e preziosi. Sappiamo così che alla fine del XIII sec. Ghazan Khan, che s’era fatto costruire una nuova residenza alla periferia di Tabriz, fece ricoprire i pavimenti con tappeti provenienti dal Fars. Questo sta a indicare che a Tabriz non esistevano esemplari in grado di reggerne il confronto. Anche lo Scià Rùkh (1469-78) doveva avere nel suo palazzo tappeti sontuosi, come testimonia G. Barbaro, ambasciatore della Repubblica di Venezia alla corte di Tabriz. Col XV sec., possiamo osservare in Persia un significativo cambiamento nello stile dei tappeti di corte. E la "rivoluzione del disegno", come giustamente K. Erdmann definisce questa completa trasformazione. Disegni floreali sostituiscono quelli geometrici e gli schemi compositivi non sono più concepiti secondo il principio di un allineamento infinito. Evoluzione, questa, che raggiunge l’apice nel XVI sec., sotto la dinastia dei Safavidi. Infatti non ci sono rimasti originali del XV sec., ma solo numerose riproduzioni sulle miniature dei manoscritti illustrati. S’è conservata invece una serie di ricchi tappeti di corte del XVI sec., in parte perfino datati e in rari casi anche firmati. Questi dati, circa il tempo, il luogo, il nome del maestro tessitore, sono indicativi dell’orgoglio e della posizione sociale che il committente di tali tappeti rivendicava per sè, equivalentemente a quanto facevano gli artisti che miniavano i manoscritti con le loro immagini. Ovviamente solo pochi e, per il loro operato, eccellenti artisti hanno scritto il loro nome nel libro della storia del tappeto persiano. E, come dappertutto nel mondo, c’erano anche innumerevoli artigiani il cui nome rimaneva sconosciuto. Nonostante la "rivoluzione del disegno", in molte zone, per lo più rurali, si continuava ancora a coltivare il tradizionale disegno geometrico e, come anche in Europa, nell’arte popolare si sono conservati per secoli gli antichi disegni. Non va dimenticato che per i tappeti prodotti nelle grandi manifatture di corte o nelle grandi città erano necessari disegni preparatori in scala e corredati di istruzioni riguardanti i colori, come sappiamo che avviene nelle manifatture di arazzi europee. Sarebbe interessante e importante se anche nell’Iran, come in Europa, si fossero conservati documenti in grado di darci informazioni circa la produzione, il numero degli operai, i salari e i prezzi. E' questo un campo di ricerca cui certamente gli studiosi iraniani potranno dedicare studi più approfonditi. La floridezza economica del paese riunito sotto il regno dei Safavidi e la promozione data alle arti tessili in genere e a quella dei tappeti in particolare si manifesta anche nelle dimensioni di alcuni esemplari che spesso misurano cinquanta e più metri quadrati e nella maggiore finezza dell’annodatura che arriva fino a 8.000 e anche 12.000 nodi per metro quadrato.

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